martedì 8 novembre 2016

Quattro casi per la riforma giudiziaria italiana/1

Sabato 29 ottobre la Sala del Consiglio Comunale di Todi ha accolto il primo di quattro appuntamenti per la riforma giudiziaria italiana, proposto e organizzato dal Rotary Club Todi e dalla rivista specializzata "Delitti e Misteri".
I quattro casi proposti (Erba, Yara, Meredith e Sarah) per introdurre il tema della riforma della Giustizia hanno subito captato l'attenzione dei numerosi e presenti, tra cui molti avvocati ma non solo, senza bisogno di essere riassunti, tanto è stato il clamore attorno a questi delitti.
Dopo una breve introduzione, la parola passa subito a due protagonisti d'eccezione, Claudio Pratillo Hellmann, presidente della Corte d'Assise d'Appello di Perugia che assolse per la prima volta Amanda Knox e Raffaele Sollecito, e il padre di Raffaele stesso, Francesco Sollecito.

Entrambi non usano mezzi termini per scandire il loro pensiero sul grande potere esercitato dai pubblici ministeri, basato sulla possibilità di agire sulla base di proprie convinzioni e su una sorta di impunità di fatto. A sostegno, Francesco Sollecito cita l'aneddoto del Giudice del Riesame che si rivolse dando del "tu" al P.M. alla prima udienza in cui Raffaele poté parlare con il suo difensore, dopo diversi giorni di detenzione, per il divieto posto dal P.M. stesso. Si può pensare che Francesco Sollecito sia parte troppo interessata per emettere giudizi sereni, ma quando a sostenere che i P.M. rappresentino una casta sono il Giudice Hellmann e il collega emerito della Corte di Cassazione, Angelo Matteo Socci, nasce qualche preoccupazione in più.
I due si alternano e vanno avanti con argomenti fortissimi, invocando la pressione mediatica quasi insostenibile che avrebbe condizionato i giudici di primo grado; la calunnia indotta dagli inquirenti per quanto riguarda Amanda Knox, colpevolmente interrogata per una notte senza la presenza del difensore.
 
Non è stato l'interesse morboso (sul quale spesso lucrano molti media) a portarmi ad essere tra il pubblico, ma il desiderio di confrontare alcune sensazioni che avevo maturato sia durante il processo, a molte udienze del quale avevo assistito, che durante tutta la mia vita professionale. Il fatto di avere avuto gli stessi dubbi non solo del presidente della Corte che assolse i due, ma anche di un emerito membro della Corte di cassazione, mi conforta sulla fondatezza, se non sulla bontà, delle mie ispirazioni. Mi ero convinto anch'io che i due fossero colpevoli, poi a mano a mano che assistevo alle udienze, me ne chiedevo sempre più il perché. Contemporaneamente non comprendevo perché tanti giornalisti di tutto il mondo fossero interessato a riprendere ogni secondo di quell'evento e a riportarlo come fosse una notizia, pettinature e abbigliamento compresi, quasi quanto a conoscere cosa fosse successo in quella stanza alla povera Meredith. Finché non ho cominciato a chiedermi cosa inchiodasse i due alle loro responsabilità, oltre una convinzione molto suggestionata dalla presunta infallibilità del pubblico ministero: cioè, se li hanno arrestati, vuol dire che sono stati loro. Eccolo l'errore: non dovrebbe essere così, si dovrebbe partire dalle prove e arrivare ad accusare, a processare, ad arrestare. Ho alcune riserve su dei fatti (il vetro rotto del cosiddetto finto furto, il fatto che Guede non abbia mai parlato prima), ma la necessaria salvaguardia non di Raffaele e Amanda, ma di ciascuno di noi, passa per l'ineluttabilità di prove evidenti di per sé e non per pur autorevoli convincimenti.


Analoghi dubbi sono stati espressi sul caso di Erba e su quello di Yara, dei quali si è appena accennato visto che l'introduzione di Francesco Sollecito e il dibattito che ne è scaturito hanno catalizzato la quasi totalità del tempo a disposizione. È proprio Pratillo Helmann a ribadire che il caso sarebbe stato evitabile con una serena valutazione delle prove e si sarebbe presto sgonfiato. Socci rimarca che il dubbio ragionevole è stabilito dalla Cassazione e deve risultare dagli atti e non dal mancato convincimento. Conclude risoluto che il Pubblico Ministero si ritiene infallibile, concetto sposato a modo suo anche da Francesco Castellini, già direttore del Giornale dell'Umbria, che attribuisce a motivazioni personali e a impunità certi atteggiamenti eccessivi delle toghe. Lo squilibrio tra accusa e difesa, entro certo termini naturale, è oltremodo sproporzionato nella disponibilità di mezzi e di capacità di azione.Alla fine le motivazioni a sostegno erano identiche e le conclusioni conseguenti sono state univoche. È necessaria la separazione delle carriere della magistratura giudicante da quella inquirente. Chi fa il pubblico ministero non può fare il giudice, e viceversa: un argomento scottantissimo, sul quale le parti in causa non sono disposte a mollare di un millimetro.
Le toghe temono di perdere l'indipendenza e di passare, se non di diritto, di fatto, alle dipendenze dell'esecutivo; la politica teme per l'incolumità dei cittadini e forse ancor più per la propria. Il rischio esiste ed è evidente ma, di per sé, non può essere di ostacolo a un interesse superiore a entrambe le parti: quello di qualsiasi cittadino, specie dei più deboli che troppo spesso si trovano indifesi davanti agli apparati, ad avere un giusto processo. Non sarebbe necessaria neanche una riforma costituzionale, come si dice, ma basterebbe che la legge imponga, nelle norme del concorso, la scelta iniziale della carriera, giudicante o requirente, all'interno dell'attuale autonomia. Sarebbe ora, forse, che anche da noi si muovessero passi decisi in questa direzione. Non si pensi che sia impossibile per ciascuno di noi, trovarsi nelle stesse proibitive condizioni di ciascuno degli accusati, persone assolutamente comuni fino a un secondo prima di salire alla ribalta della cronaca. Se il fatto che un pubblico ministero possa ingiustamente accusare continuerebbe lo stesso a esistere, la terzietà così stabilita del giudice cambierebbe in maniera sostanziale gli equilibri, eliminando alla radice la confidenza e la contiguità. Una rivoluzione, quindi, che, in quanto tale, necessiterebbe di almeno due generazioni per produrre il vero effetto: il cambio culturale ovvero l'intima convinzione di assolvere un delicato ma ben circoscritto compito e non una missione.

Nessun commento: